PARLAVO UNA LINGUA DI NEVE
Caroline Dawson, L'Orma Editore
Nel 1986, all'età di sette anni, Caroline è costretta a fuggire dal Cile. Il Paese era ancora sotto le dittatura militare e aveva conosciuto alti e bassi a livello economico fino -- appunto -- al 1986, anno in cui venne fatto un attentato a Pinochet e si scatenò una conseguente ondata di nuove repressioni, soprattutto contro il Frente Patriótico Manuel Rodríguez (braccio armato del Partito Comunista Cileno).
Il padre di Caroline era un sindacalista e fine oratore, mentre la madre era un'insegnante.
Decidono di partire per il Québec ma fin da subito si scontrano con un'accoglienza fredda e con la differenza dovuta alla lingua.
L'autrice-protagonista viene iscritta a una scuola di preparazione, dove le insegnano il francese, e a poco a poco si impadronisce di questo idioma che prima le suonava sconosciuto e ostile. Restano tuttavia degli ostacoli da superare nella scuola "normale" perché lei è l'unica coi capelli e gli occhi scuri e la pelle olivastra, e per questo viene presa in giro.
I genitori non si possono permettere di frequentare corsi propedeutici e quindi si devono accontentare di lavori umili: questo, a posteriori, farà sentire in colpa la scrittrice che arriva invece a iscriversi all'università, dove studia sociologia. È un ulteriore passo che la allontana dai suoi, la scoperta di un nuovo linguaggio che, se dà forma ai disagi subiti da ragazzina e a quelli patiti dai lavoratori "invisibili", la separa dalla generazione per cui il francese è rimasto inaccessibile.
È la storia di molti migrati: ad esempio, Ocean Vuong ricorda la frattura tra lui e sua madre dovuta al fatto che lei parlasse quasi solo vietnamita.
Per Caroline, l'appropriazione della lingua passa soprattutto attraverso i libri che leggeva in biblioteca. Viene citato il romanzo INGHIOTTITA di Réjean Ducharme -- testo molto denso e difficile che parla della solitudine di una ragazzina cresciuta in una famiglia in cui i genitori sono sposati ma divisi e litigiosi. La protagonista, Bérénice, non trova (o non vuole trovare) un appiglio emotivo negli altri.
Un paragone interessante potrebbe essere con uno degli episodi che compongono il "romanzo di racconti" LA VISTA DA CASTLE ROCK di Alice Munro. Il brano intitolato LA STIPENDIATA si svolge nel 1948, quando Alice aveva diciassette anni ed era andata a lavorare come cameriera per una famiglia ricca: il trattamento scostate dei suoi datori di lavoro ricorda quello subito dai conigli Dawson a Montréal, se nonché nel caso trattato in PARLAVO UNA LINGUA DI NEVE è soprattutto la barriera linguistica a creare problemi e a ridurre il padre al silenzio.
Uno dei classici della letteratura franco-canadese è MARIA CHAPDELAIN; qui la giovane deve scegliere tra due pretendenti: uno le promette una vita di agi in una città sconosciuta degli Stati Uniti, l'altro le garantisce un'esistenza più modesta ma molto simile a quella contadina a lei nota. Così, piuttosto che avventurarsi in terra straniera, Maria sceglie di restare nell'ambiente che ama, anche se è duro.
Questo riporta al tema trattato nel memoir della Dawson perché mostra l'attaccamento atavico per il luogo delle proprie radici. Quando le annunciano che lasceranno il Cile, Caroline vorrebbe suicidarsi e in seguito sostiene che una parte di lei è effettivamente morta alla partenza.
Lo stesso avviene in un altro libro sull'esilio: LUNGO PETALO DI MARE di Isabel Allende. I due personaggi principali, Víctor e Roser fuggono dalla Catalogna per trovare asilo in Cile. La barriera linguistica è dunque solo parziale, anche se conservano nel cuore il catalano, la cultura e gli usi. Ma tornare indietro diventa a un certo punto impossibile perché tutto cambia e anche la Spagna post-Franco non è più accogliente come una casa.
Concludendo, quindi si intuisce che crescendo, Caroline Dawson si appropria dei meccanismi interni della società e ne diventa -- si può dire -- un "ingranaggio esterno": ben inserito ma comunque consapevole della diversità.

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