TANTE COSE NON LE SO

 


Elisa Levi, Sur Edizioni 

Voto: 9

Lea -- chiamata Lea la Piccola per distinguerla da sua sua madre Lea la Grande -- ha diciannove anni  ed è consapevole di non sapere tante cose, ma è convinta che ciò che invece sa sia un bagaglio utile ovunque, o forse più che "bagaglio" sarebbe meglio dire "fardello". 

Nel piccolo paese senza nome sembra che il tempo scorre al contrario: tutti -- incluso il sindaco -- aspettano la fine del mondo, che dovrebbe arrivare come una profezia con il nuovo millennio. E il risvegliarsi ancora vivi il 1° gennaio del 2000, con le coccarde nere che si impoleverano in piazza, sembra una beffa. 

Lea ha tre amici che cercano un loro spazio nel microcosmo soffocante del villaggio, ognuno a modo suo. Lei però vorrebbe di più: vorrei l'amore con la "A" maiuscola, un sentimento che il suo ragazzo non le dà; vorrebbe andare via. Ma per lasciare quel luogo bisogna attraversare un bosco che sembra inghiottire le persone: è davvero così, o si tratta "semplicemente" di avere il coraggio di lasciarsi alle spalle tutto, come Edward e Alphonse Elric? In realtà, i paesani si ricordano la storia della famiglia che aveva raggiunto la città per poi decidere di tornare indietro e che così tutti avevano scansato come si fossero macchiati di un peccato. 

La foresta pare un viluppo magica e minacciosa, come in RACCONTO DI UNA LUNA di Keiichirō Hirano: un posto in cui smarrirsi, che provoca visioni e strani sogni. Al cimitero c'è un'area riservata a coloro che non sono più tornati dal bosco, una zona brulla e triste, piena di croci che mi ha fatto venire un mente il campo santo con i fiori di plastica descritto da Niviaq Korneliussen nel suo testo sulla Groenlandia.

Il tema della comunità isolata è interessante. Lo troviamo anche in NINA DEI LUPI: in uno scenario post-apocalittico, solo un paese montano si salva dalla catastrofe perché collegato con il resto del mondo da un tunnel che viene ostruito.

Come nel libro di Alessandro Bertante, la superficie tranquilla è turbata dall'arrivo di una coppia di forestieri, che sono guardati con sospetto e diffidenza. 

È comunque chiaro che la calma è sempre stata solo apparente, perché ciascuno ha un vissuto, delle esperienze e un dolore. Così, ad esempio Marco ha perso la madre e non ha conosciuto il padre e quindi si convince che la mamma si sia reincarnata in una capretta che lui trova un giorno davanti alla porta. Questa scena mi ha ricordato l'episodio del cavallino senza padrone che compare in IL DESERTO DEI TARTARI. 

Altra analogia con il romanzo di Buzzanti è la centralità dell'attesa. Elisa Levi, infatti, dipana il racconto come un lungo monologo di Lea che si rivolge a uno sconosciuto che sta aspettando il proprio cane perduto: dunque anche qui abbiamo l'attesa di qualcuno che non arriva mai, come i tartari o come Godot.

Tuttavia, la sofferenza più grande la patisce la protagonista, perché ha una sorella con un grave handicap fisico e mentale: prendendosi cura di lei ogni giorno, si chiede se Nora si renda conto di qualcosa, se si senta intrappolata. E allora prende una decisione.


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