GLI ANTROPOLOGI

 



Ayşegül Savaş, Feltrinelli 

Voto: 10

Asya e Manu sono due ragazzi che si sono trasferiti in una grande metropoli per motivi di studio. Entrambi sono antropologi: lei è una documentarista; lui lavora in un'associazione umanitaria. 

Pur provenendo da due Paesi diversi, si piacciono e si fidanzano. Li troviamo sposati, intenti nella ricerca di una casa che sia veramente loro dopo aver vissuto in vari appartamentini in affitto.

Nel contempo, Asya inizia un nuovo progetto: filmare le persone che frequentano il piccolo parco vicino a casa facendo anche delle brevi interviste. Questo esempio di antropologia del quotidiano mi ha fatto pensare a due casi nei quali mi sono imbattuta nel corso degli anni: ricordo di aver visto su "Internazionale" un servizio fotografico che immortalava persone dormienti.

L'altro riferimento è ben più noto e accademico: l'antropologo francese Marco Augé sosteneva infatti che non fosse necessario andare sul campo in luoghi lontani ed esotici e scrisse diversi testi che analizzavano le abitudini e i tic dei suoi concittadini.

Molti però non capiscono questo "rimpicciolimento" del campo, non trovando interessante la quotidianità. 

Il lavoro di Asya si mescola alla ricerca della casa da parte della coppia, che sembra una caccia infinita.

Il bello di questo romanzo è che viene suddiviso in capitoletti che hanno per titolo un concetto chiave dell'antropologia classica (il rito, il linguaggio, l'identità, il dono...) sviluppato poi a seconda della trama.

Si intuisce come i due protagonisti siano combattuti: da un lato si sono allontanati dalle loro terre d'origine per creare un idioma privato; dall'altro sentono ancora il persistere di quelle radici che avrebbero voluto lasciarsi alle spalle. Questo si verifica soprattutto in due circostanze: in primis quando i genitori fanno loro visita, e poi nel confrontarsi con la ristretta cerchia di amici (quasi tutti stranieri) che si sono creati in città. 

In particolare Asya vive con un certo senso di inferiorità quella mancanza di appartenenza totale a un posto ma, conoscendo meglio Lena (unica amica autoctona), si rende conto che le apparenze possono ingannare e che anche partendo da un punto diverso, c'è comunque bisogno di intraprendere un certo cammino di ascesa sociale per arrivare all'integrazione.

Mi è stato detto che questo libro è la storia romanzata dei genitori di Barak Obama: il matrimonio -- durato solo due anni -- di un uomo origine keniota e una donna americana alle Hawaii. 

Nel libro di Ayşegül Savaş ho trovato una rara bravura nel descrivere la normalità del rapporto di coppia dei due protagonisti (in contrapposizione con la sregolatezza della vita amorosa del loro amico Ravi) comparabile a quella di Sally Rooney ma -- per fortuna -- senza gli eccessi erotici dell'autrice irlandese. 

D'altro canto, ho apprezzato l'uso dei concetti-cardine dell'antropologia come motore della narrazione, cosa che ha provato a fare anche il senegalese Elgas nel suo romanzo MASCHIO NERO, senza però riuscire a sfruttare a pieno le potenzialità di tale impostazione.

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