IL LIBRO BIANCO
Han Kang, Adelphi
VOTO: 9
IL LIBRO BIANCO di Han Kang non è un vero e proprio romanzo. L'autrice infatti non si concentra sulla narrazione di fatti, ma riporta una serie di sensazione e considerazioni legate al non-colore bianco.
Bisogna specificare che in coreano esistono due termini che traducono la parola "bianco": huin, che indica un concetto filosofico di fusione tra vita e morte, e hayan, che indica semplicemente il bianco come aggettivo oggettivo. Il libro di Han Kang in originale si intitola "Huin" 흰, proprio a suggerire un senso di anemoia -- malinconia per qualcosa che non si è mai vissuto.
Gli antefatti sono semplici: la scrittrice sud-coreana si trovava in una città dell'Est Europa che era stata completamente distrutta dai nazisti nei bombardamenti del 1944-45. Il luogo non viene mai nominato ma si intuisce che si tratta di Varsavia.
Tra i palazzi ricostruiti, spicca un muro rimasto in piedi dai tempi della guerra: lì erano stati fucilati dei partigiani e la gente ancora adesso portava fiori e candele.
Guardando queste offerte, Han Kang ripensa ai morti del colpo di stato coreano del 1980, che non vengono commemorati, e ai defunti della propria famiglia. Così riemerge la storia di una sorella nata prematura prima di lei e vissuta solo un'ora. Attraverso la descrizione e la riflessione su oggetti bianchi -- che simboleggiano il lutto -- l'autrice vuole ridare una vita a questa sorella che non è mai stata al mondo e, grazie alla divisione del volume in macro-parti (Io / Lei / Io), è come se ci venisse suggerito una possibile reincarnazione della bambina nell'adulta Han Kang.
A parte queste considerazioni generali, non si può parlare di una "trama", anche se si evincono alcuni fatti salienti: una madre fredda, un padre assente e poi un compagno latitante, che non viene mai nominato...

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